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Notiziario a cura del dipartimento Protezione della Mucca e Agricoltura
Congregazione Italiana per la Coscienza di Krishna (ISKCON)

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Il sistema economico nei villaggi dell'India tradizionale

UN ESEMPIO CHE FA RIFLETTERE

Questo è un articolo tratto dal libro di Ranchor Prime, “Hinduism and Ecology - Seeds of Truth”, dove viene esposto il pensiero di Mohandas Gandhi riguardo il vivere in autosufficienza senza dipendere dall’industria. Questo modello di pensiero rispecchia quello che A.C. Bhaktivedanta Swami ha presentato. Penso che la lettura di questo articolo può contribuire nell’avere una visione più chiara di ciò che il fondatore acarya dell’ISKCON voleva dal punto di vista dell’organizzazione pratica della società. Vs, Vasudeva Datta das

“L’incessante ricerca di confort materiali e la loro moltiplicazione è diabolica. Coraggiosamente, posso dire che gli europei dovranno rimodellare il loro modo di fare, se non vogliono perire sotto il peso dei confort che li ha resi schiavi.” (M. K. Gandhi)

Negli ultimi 150 anni l’India è cambiata enormemente, diversamente da altre parti del mondo. La cultura indiana tradizionale che per migliaia di anni non aveva subito nessun cambio è stata spazzata via, influenzata da diverse culture e visioni nel mondo. Tuttavia, una delle più grandi forze che sostengono le tradizioni dell’India sono i suoi villaggi rurali.

Mohandas Gandhi, chiamato dalla sua gente Mahatma, il cui significato è “grande anima”, amava i villaggi indiani. Egli credeva che erano la chiave della felicità e della prosperità. Di fronte alle potenti forze economiche e politiche, egli coraggiosamente cercò di preservare il loro modo di vita semplice. 

L’economia determina il modo in cui la società tratta il pianeta Terra, quindi ogni discussione sui valori ambientali deve includere l’aspetto economico. L’economia dei villaggi indiani è un esempio pratico di un modo di vivere in armonia con l’ambiente.

In origine il significato della parola “economia” era “amministrazione famigliare”. Questa non è tanto una scienza quanto un’arte che è trasmessa da genitori a figli: come coltivare il tuo cibo e cucinarlo, come produrre i tuoi vestiti, come costruire un semplice rifugio e saperlo mantenere; come socializzare con gli altri, includendo gli animali, alleggerendo così il fardello della lotta per l’esistenza. Tutto ciò viene imparato nello stesso modo in cui si impara a parlare – in modo organico, con la partecipazione e con la condivisione dell’esperienza. Non c’è un punto in cui il ragazzo o l’adulto può dire, “adesso ho imparato l’economia”, poiché non c’è fine ne inizio alla conoscenza su come vivere nel giusto modo: è un fluire di esperienze trasmesse da generazione a generazione, e ha dato origine a economie diverse e modi di vivere differenti secondo il clima, la terra e la gente del mondo. 

Negli ultimi secoli, questo flusso di saggezza acquisita si è interrotto. Questo è successo dapprima in Europa, diffondendosi poi attraverso la dominazione coloniale e il commercio in ogni continente. Conoscenze provenienti dall’esterno del circolo comunitario e famigliare furono introdotte. Come risultato ci fu uno squilibrio nel bilancio dell’economia della vita, nel modo in cui era stata mantenuta e sviluppata nelle ere trascorse. La regola d’oro dell’economia è sempre stata questa: quello che tu prendi deve essere restituito, e ciò che si restituisce dovrebbe ancora ritornare a te. L’umanità è ora arrivata a un punto dove si prende e non si restituisce, stiamo prendendo il buono dalla terra e restituiamo veleno. Come conseguenza stiamo ricevendo dalla terra quello stesso veleno.

Se vogliamo risolvere i problemi ambientali che ci stanno assalendo, dobbiamo esaminare la connessione esistente tra l’ambiente in cui viviamo e il nostro modo di vivere. Un modo di vivere non esiste su una base vuota. Si basa su un modo di pensare: una filosofia di vita.

Gandhi riconobbe questa verità. Egli credeva che, senza un cambiamento nel modo in cui la gente si comporta, non sarebbe stato possibile un cambiamento sociale. Cambiare il comportamento della gente significa cambiare il suo modo di pensare. Quindi l’obbiettivo principale di Gandhi era l’influenzare la filosofia di vita della gente. 

Gandhi non voleva identificarsi con qualche religione particolare. In una nazione afflitta da una lotta settaria tra indù e mussulmani, egli cercava di apparire imparziale, spesso simpatizzando per la causa dei mussulmani e criticando gli indù. Egli era anche molto influenzato dalla cristianità, e tra i suoi amici più intimi molti erano cristiani devoti. Tuttavia nel cuore era un indù, i suoi genitori erano dei devoti Vaisnava. Il suo nome, Mohandas, significa “servitore di Krishna”; il suo libro preferito era la Bhagavad Gita; teneva sempre nella sua stanza una iscrizione in sanscrito del nome di Rama; egli mori mormorando il nome di Rama. 

La filosofia di vita di Gandhi derivava dalla tradizione indù e come tale fu molto influente sulla società induista. Egli crebbe da stretto vegetariano e in gioventù decise di fare di una stretta non violenza il principio guida della sua vita. Il suo concetto di non violenza era più dell’evitare di fare male fisicamente o essere vegetariano. Era come un codice di cavalleria che richiedeva che nessuno avrebbe dovuto soffrire per causa sua. Ciò significava che egli poteva prendere dal mondo solo ciò che era strettamente necessario poiché, se prendeva di più, stava depredando altri. Significava anche che egli non poteva chiedere ad altri ciò che egli non era preparato a fare o a soffrire lui stesso. Egli credeva che la tanto agognata indipendenza dell’India non poteva essere ottenuta da ogni altro mezzo oltre che la non violenza.

Se i britannici sarebbero stati costretti a lasciare l’India per mezzo del terrorismo e l’omicidio, egli si domandava: “Chi avrebbe governato al loro posto? La sola risposta era: gli assassini. Quindi chi sarebbe stato felice?”

Egli disse, perciò, che il mezzo per ottenere l’indipendenza era riformare il popolo indiano insegnando loro come vivere semplicemente e positivamente; soprattutto insegnando loro la non violenza. Egli credeva che il loro asservimento alle leggi inglesi era maggiormente un loro errore che quello dei britannici, poiché i britannici non potevano governare senza la loro cooperazione. Egli disse: “Gli inglesi non hanno preso l’India, siamo noi che l’abbiamo data. Essi sono in India, non per la loro forza ma perché noi li manteniamo.” Gli indiani dovevano astenersi dal cooperare, in modo pacifico e non violento, e i Britannici sarebbero dovuti andare via. L’indipendenza sarebbe stata possibile quando gli indiani sarebbero stati pronti.

Secondo la tradizione induista, egli insegnava che la vita deve essere vista nella sua completezza, che ad ogni tentativo di cambio esteriore deve in parallelo corrispondere un cambio interiore. Un governo autonomo della nazione non poteva essere ottenuto senza un autocontrollo individuale. La gente non poteva essere non violenta fino a quando il singolo individuo non si comportava così. Quindi una moralità personale e un’etica erano le radici del cambiamento.

Secondo la filosofia di Gandhi i problemi ambientali moderni hanno radici nel comportamento individuale e l’attitudine. Egli argomentava dicendo che, nello stesso modo in cui non solo i britannici erano da biasimare per la situazione in cui l’India si trovava, ma anche gli stessi indiani, dobbiamo riconoscere che non è solo il governo o la grande finanza che sono responsabili per le nostre crisi, ma sono le persone stesse, poiché le persone “li mantengono”.

Noi tutti siamo complici nella distruzione della natura, poiché noi siamo consenzienti ai benefici che derivano dal suo sfruttamento. Quindi non è sufficiente dare la colpa agli altri per la distruzione delle foreste pluviali e per la produzione di CO2 dalle ciminiere delle loro industrie, a meno che siamo disposti e preparati a fare dei sacrifici personali. Non è abbastanza usare del carburante senza piombo o delle auto ecologiche, poiché questo non affronta il problema. Essi ci permettono di mantenere le nostre abitudini allo spreco, posticipando il giorno della resa dei conti. Dobbiamo trovare un’alternativa alle automobili e allo stile di vita occidentale che è basato su di esse. Questo significa un grande sacrificio personale e l’impegno di molti.

Gandhi insisteva sulla necessità dell’impegno e dell’azione individuale e, in ultima analisi, di un cambiamento personale. Questo è ciò che egli chiamava swaraj, autogoverno o indipendenza. Per lui, aveva un significato più profondo dell’indipendenza politica. Egli scrisse: “Swaraj è una parola sacra che significa autogoverno, autocontrollo, non vuol dire essere liberi da qualsiasi controllo, significato spesso attribuito al termine ‘indipendenza’. Quindi se in questo secolo vogliamo guadagnare la nostra indipendenza, non dal potere di qualche nazione oppressiva, ma dalla rete della finanza internazionale e dello sviluppo industriale che tengono il nostro mondo in una schiavitù economica, forzandoci a partecipare al suo sfruttamento, noi dovremmo prima di tutto autoregolarci e raggiungere l’autocontrollo. Dovremmo imparare un modo di vita più semplice che non richieda il consumo delle risorse del pianeta con l’attuale ritmo da incubo. Ognuno di noi dovrebbe essere preparato nel lavorare per un’equa divisione delle risorse mondiali. 

Gandhi insegnò il valore del lavoro e l’abominio dello spreco. Il lavoro non è qualcosa che deve essere evitato ma qualcosa che porta dignità e soddisfazione all’uomo e alla donna. Lo spreco è il peccato più grande. Dovremmo prendere dal mondo il necessario e niente più. Entrambe le idee sono basate sull’insegnamento della Bhagavad Gita

Per questa ragione si opponeva all’industrializzazione, dove si sprecano le risorse e si sfruttano le persone. Qual è il punto di risparmiare sulla manodopera, quando si crea disoccupazione. Inoltre, con un onesto lavoro, la persona può trovare la perfezione! Il governo britannico in India si basava sullo sfruttamento delle risorse. Il cotone, legno e altri materiali grezzi erano portati in Inghilterra per la produzione, i beni risultanti erano quindi venduti agli indiani. Questo risultò nella distruzione dell’economia interna tradizionale. Il flusso della saggezza famigliare che insegnava l’arte di vivere in questo mondo, l’economia, fu spezzata alle sue radici: nei villaggi. 

[…] Gandhi insegnò che un’economia non violenta avviene senza sfruttamento. È un’economia in cui nessuno prende più del necessario, poiché facendo altrimenti si ruba a qualcun’altro. Egli scrisse che questa è una legge fondamentale della natura, la natura produce abbastanza per le nostre necessità; se tutti prendono solo il necessario e nient’altro, non ci sarà povertà nel mondo.

[…] Egli credeva che tutti i membri della società hanno il potere di influenzare le forze che apparentemente li controllano. Egli propose di boicottare i beni che venivano prodotti all’estero, in particolare i vestiti, chiese agli avvocati di lasciare i tribunali, agli studenti di lasciare l’università e ai dipendenti del governo di licenziarsi.

Questa filosofia applicata nell’era moderna in cui viviamo potrebbe essere un metodo per fermare il sostegno all’economia industriale che è responsabile di così tanto inquinamento e dell’esaurimento delle risorse naturali del mondo, ritirando la nostra cooperazione. […]

Nessuno può negare che il modo di vita stabilito dalle industrie è ciò che ha portato la crisi che oggi stiamo affrontando. Questo fu previsto da Gandhi che nutriva molte riserve riguardo la civiltà delle macchine, questo è ciò che scrisse nel lontano 1909: 

“Le macchine hanno iniziato a portare la desolazione in Europa. La rovina sta bussando alla porta dell’Inghilterra. Le macchine sono il simbolo della civiltà moderna; rappresentano un grande peccato. In India le linee ferroviarie hanno aumentato le carestie poiché, dovuto alla facilità dei trasporti si mandano i raccolti dell’agricoltura in posti lontani, dove il profitto è maggiore. La gente diventa insensibile e le carestie aumentano, in tale modo le linee ferroviarie hanno accentuato la natura maligna degli uomini. Uomini cattivi soddisfano i loro piani più rapidamente. I luoghi di pellegrinaggio in India non sono più puri.” (Hind Swaraj, 1909)

La ragione più grande per evitare i macchinari era che creavano disoccupazione. Gandhi disse che lui non era contro l’idea delle macchine come tali; dopotutto il corpo umano era una macchina delicata, alcune macchine come il filarello, la carriola, sono strumenti che espandono il potere delle mani. Fino a quando le macchine rimangono al servizio delle mani essendo potenziate da esse, e non diventano una sorgente di potere in se stesse, potrebbero essere valide. Egli espresse così la sua obiezione: 

“E’ la pazzia che essi chiamano ‘macchine per risparmiare lavoro.’ L’uomo vuole risparmiare sulla manodopera, fino a che migliaia di persone sono senza lavoro, gettati sulla strada e affamati. Io voglio risparmiare tempo e fatica non per una piccola frazione di umanità, ma per tutti. Io voglio che la concentrazione della ricchezza non sia nelle mani di pochi, ma nelle mani di tutti. Oggi le macchine, semplicemente aiutano pochi a cavalcare la schiena dei molti.” (Young India, 1924)

Gandhi vedeva questa tendenza dell’industrializzazione a focalizzare il denaro e il potere nelle mani di pochi come estremamente pericolosa. Questa ha segnato la fine dell’economia dei villaggi antica di millenni, poiché ha portato via dall’individuo e dalla comunità i mezzi con cui controllavano la loro sussistenza. Circa 80 anni dopo che queste parole furono scritte [adesso 100, N.d.T.], possiamo vedere come la concentrazione della produzione e del capitale tra una piccola minoranza nel mondo, soprattutto in occidente, hanno causato la rovina dello stile di vita tradizionale in ogni angolo del globo, stili di vita che erano organicamente in armonia con la natura e non gravava sulla Terra. 

La risposta di Gandhi a questa minaccia fu quella di far risorgere i villaggi indiani. Nel 1924, iniziò il suo movimento per trasformare i villaggi indiani da “cumuli di letame” in dimore ideali. Egli dichiarò: “L’India vive nei suoi villaggi, non nelle città.” Il villaggio dovrebbe essere sede delle aziende e dell’artigianato famigliare, e il principale artigianato dovrebbe essere la manifattura del khadi, la stoffa di cotone fatta a mano. Inoltre, dovevano esserci “il macinare a mano, la battitura a mano, la fabbricazione del sapone, chi combinava i matrimoni, la conciatura, la spremitura dell’olio e molte altre attività.” Egli sottolineò il bisogno di avere il supporto di tutta la popolazione.

[…] Il villaggio ideale avrebbe avuto la perfetta sanificazione tradizionale che si basa sul riciclo degli escrementi umani e animali. Le case, costruite con materiali trovati nel raggio di 10 km, sarebbero state leggere e ben ventilate. Avrebbero avuto cortili dove le famiglie potevano coltivare vegetali e ospitare le loro mandrie. Le strade e vie [di terra battute, N.d.T.] sarebbero state pulite e senza polvere. Ci sarebbero stati pozzi abbastanza accessibili a tutti, luoghi di adorazione, un luogo di incontro comune a tutto il villaggio, dei pascoli comuni per fare pascolare le mandrie, una cooperativa per produrre i latticini, delle scuole primarie e secondarie dove le materie principali insegnate sarebbero state le arti e l’artigianato del villaggio. Ogni villaggio avrebbe avuto un pancayat (un gruppo di 5 leader tra gli anziani del villaggio) per sistemare le eventuali dispute. Infine, avrebbe prodotto il proprio latte, i grani, i vegetali, la frutta e il khadi, il tessuto di cotone. Questo era il villaggio ideale voluto da Gandhi.

Il suo concetto di villaggio autosufficiente si estendeva anche al governo. Poiché solo le comunità locali potevano capire i loro bisogni e le loro necessità, risolvere i problemi, dai semplici problemi economici alla legge e l’ordine. Egli si opponeva alla centralizzazione del potere lontano dai villaggi. L’obbiettivo era quasi la totale autosufficienza. Il solo motivo per cui il governo centrale sarebbe stato necessario, erano quelle necessità che il villaggio non poteva affrontare.

[…] Egli voleva che la gente vivesse in comunità che corrispondeva alla dimensione umana; comunità abbastanza piccole da permettere l’autogoverno e la condivisione delle responsabilità. Ogni comunità dovrebbe essere unita alle altre per formare un’unità più grande, ma non cosi grande che possa causare un abuso di potere da parte di chi ha troppo potere. Più crescono i gruppi democratici, minore sarà la capacità di decisione dei gruppi locali e dell’individuo, quindi, dei limiti dovrebbero essere posti alla grandezza di un gruppo regionale.

Quando fu chiesto a Gandhi come si poteva iniziare la trasformazione che egli voleva, Gandhi disse che la persona dovrebbe iniziare da se-stesso. 

[…] Questo miglioramento individuale come condizione necessaria per migliorare la comunità, e la società nel suo intero, era basato sull’irremovibile credo che Gandhi aveva nella sacralità dell’individuo. Questo credo si estendeva alla vita animale, come egli spiegò in relazione alle mucche:

“Il punto centrale dell’induismo è la protezione della mucca. Per me è uno dei fenomeni più meravigliosi dell’evoluzione umana. L’essere umano evolve oltre la sua specie. La mucca per me significa l’intero mondo sub-umano. L’uomo, attraverso le mucche, è ingiunto a realizzare la sua identità con tutto ciò che è vivo. Perché la mucca fu scelta per l’apoteosi, per me, questo è ovvio. La mucca era, in India, la migliore compagnia. Ella è colei che dona l’abbondanza. Non solo dona il suo latte, ma rende possibile l’agricoltura. La mucca è un poema di pietà. Possiamo vedere la bontà in questo animale cosi gentile. Ella è la madre di milioni di indiani. Protezione della mucca significa protezione dell’intera creazione di Dio. […] La protezione della mucca è il dono dell’Induismo al mondo.” (Young India, 1921)

Erano questi sentimenti che lo portarono a scrivere: “Una società può essere giudicata dal modo in cui tratta i suoi animali.”

Nella lunga e difficile lotta per raggiungere l’indipendenza dell’India, Gandhi incontrò molte difficoltà. In numerose occasioni, sopportò condanne al carcere da parte dei britannici. Come protesta, digiunò 18 volte, principalmente dovuto al cattivo comportamento del suo popolo, del quale, molte volte, fu deluso. Tuttavia, dal 1919 fino all’indipendenza nel 1947, egli fu uno dei grandi leader spirituali, molto popolare, che dava uno scopo e una direzione. Cosa è successo dei suoi ideali per la sua beneamata India? Perché non furono mai messi in pratica? Dopo che aveva fatto notare con forza i bisogni dell’India e la strada per soddisfarli, portandola alle soglie dell’indipendenza, perché i suoi problemi di povertà, di diseguaglianza e ingiustizia sono più manifesti adesso che non allora? Tragicamente, a questi problemi, dobbiamo ora aggiungere tutte le conseguenze della degradazione ambientale, conseguenza dell’industrializzazione dell’India, alacremente compiuta dopo l’indipendenza: inquinamento dell’acqua e dell’aria, deforestazione, desertificazione, alluvioni e altri disastri ambientali.

Per rispondere a questa domanda, è necessario spiegare qual era il più grande timore di Gandhi. Egli sempre diceva che la vera indipendenza dell’India, non era solo quella di liberarsi dal governo britannico, era anche quella di diventare liberi dalla cultura britannica e da un modo di vivere industrializzato, ristabilendo la cultura tradizionale indiana, per la quale egli aveva sempre lottato. Egli vedeva il destino dell’India diverso da quello dell’Occidente:

“Io sento che la missione dell’India è differente dalle altre nazioni. L’India ha le qualifiche per essere una guida religiosa. Nel mondo non ci sono paragoni riguardo al processo di purificazione a cui questa nazione si è sottoposta volontariamente. L’India è la terra del dovere, non la terra del godimento.” (Speeches and Writings of Mahatma Gandhi)

Di conseguenza, egli prevedeva il disastro, se l’India, dopo aver conquistato la nuova indipendenza, cercava di imitare o competere con l’Occidente. 

[…] Sembra che tra i nuovi leader politici del Paese, nessuno era preparato a portare avanti la visione di Gandhi di una nazione pacifica e rurale. Al contrario, adesso che avevano il potere di governare, erano bramosi di industrializzare l’India, trasformandola in una potenza mondiale. Ciò che seguì è diventato Storia. Negli ultimi quarant’anni [60 anni, N.d.T.], l’India è diventata, nell’Asia sud-orientale, una potenza industriale e militare. Il prezzo di questo apparente successo è stato enorme. La sua popolazione è più che raddoppiata, e cosi anche il numero dei poveri. La sua terra, i suoi villaggi e la sua gente giacciono in condizioni di degrado.

Nel 1948, l’anno dopo l’indipendenza, Gandhi fu assassinato da un fanatico indù che si opponeva al suo pacifismo. Egli ha lasciato dietro di lui ciò che ora sembra solo un sogno di ciò che avrebbe potuto essere. Forse il suo epitaffio dovrebbe essere:

“Io credo che se l’India, e attraverso l’India, il mondo intero deve ottenere la vera libertà, presto o tardi dovremmo andare a vivere nei villaggi, nelle capanne, non in palazzi. Milioni di persone non possono vivere nelle città e nei palazzi in modo confortevole e pacifico. Neppure possono farlo uccidendosi l’un l’altro, usando la violenza e la falsità. Non ho il minimo dubbio che senza la verità e la non-violenza, l’umanità sarà dannata.” (lettera a Nehru, 05/10/1945)

E’ da notare che Gandhi, che visse in un posto cosi remoto dal mondo tecnologico di oggi, la cui vita terminò nella metà del ventesimo secolo, avrebbe tanto da dirci nel periodo che stiamo vivendo.

Ranchor Prime 

(da Hinduism and Ecology – Seeds of Truth, Capitolo 8, Village Economics, 1992)

 


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